247

Decimo dono: la preghiera da egoisticale a sacrificale.
3) Il sacrificale dal concreato nostro: per invenzione, per
imitazione, per applicazione. Una massa enorme di
sacrificale.
1) Donde?
2) La reazione: i responsabili, piena luce e giustizia in
fondo come una carica di odio. Responsabili sì, ma per
accettazione del sacrificale.

Pneumatica magia quella del visuato Paterno che tocca il
vecchio fideato e tutto lo rinnova.
Tocca la preghiera del dire egoisticale ed ecco uscir fuori
la preghiera del fare sacrificale.
Il sacrificale lo prego vivendolo: quello che mi do, quello
che mescolo al beneficale, quello che accetto liberamente
dai miei fratelli sacrificatori. Quest’ultimo lo posso anche
non accettare, e magari lo posso sfidare, ma il male che mi
farei sarebbe troppo grave, e il bene di cui mi priverei
sarebbe troppo prezioso. Altrettanto lo posso fare per il
sacrificale che proviene dal creato suo.
Per essere in pace col creato suo, non c’è che accettare il
sacrificale che da esso proviene: con devoto silenzioso
amore sacrificale prima che avvenga e nell’atto del suo
compiersi non appena se ne abbia la possibilità.
Immesso nel creato suo, c’è anche il concreato nostro. Lo
chiamo concreato perché la persona non può creare dal
nulla alla maniera divina; ma può inventare con la sua
intelligenza, può imitare i congegni creati da Dio come il
cervello umano il cui funzionamento la persona ha applicato
all’elettronica, dandoci il cervello elettronico.
Sa ancora applicare le leggi della fisica ai suoi congegni
umani. Tutto questo lo chiamo concreato nostro: la persona
crea impiegando intelligenza e scienza umana, che
sono una dotazione esclusivamente divina.
Che il concreato nostro sia sorgente di sacrificale umano,
ci viene ricordato ogni giorno da fatti di cronaca sacrificale.
Sempre immaginosamente raduniamo insieme le vittime
del concreato nostro:
1) le vittime di tutti quei congegni automatici che per
disattenzione o poca prudenza vanno accumulandosi
ogni giorno.
2) Le vittime delle grandi colate di acciaio (stabilimenti).
3) Le vittime della folgorazione della corrente elettrica.
4) Le vittime di una centrale atomica (esalazioni)
5) Le vittime delle miniere
6) Le vittime per incidenti di strada
7) Le vittime di disastri aerei
8) Le vittime delle collisioni di navi
9) Le vittime degli scontri dei treni.
Siamo davanti a un sacrificale tale da farci sbalorditi.
Donde un sacrificale così immane?
Molte le cause concorrenti: avaria al mezzo meccanico,
difetti più o meno colpevoli di costruzione, imprudenza o
imperizia di chi aziona il mezzo meccanico; cause provenienti
da fenomeni esterni: un uragano può volatilizzare
un aereo in rotta.
Quale la reazione umana, al farsi di un simile sacrificale?
Non sentite più parlare di fatalità, di casualità e di cieco
destino, ma un solo grido va in emissione: i responsabili
vanno individuati, vanno colpiti, con la riparazione ai
danni e alle vite umane sacrificate.
Un solo grido si alza a invocare e a esigere luce piena e
giustizia riparatrice.
Non è che il grido si affievolisca col tempo. Non lo si
vuole, non lo si permette, lo si impedisce magari con la
creazione di associazioni per le vittime di un disastro.
Disastro di Ustica: sorge un’associazione per ottenere la
giustizia. La si esige anche a costo di spendere somme
ingenti nella azione dei legali.
Cose fattibili, che si accompagnano sempre a una carica di
odio che fa nello spirito ciò che è successo a corpi umani
viventi.
Quale la risposta al sacrificale dal concreato nostro?
Accertate le responsabilità, riparati i danni, occorre passare
subito allo spegnimento dell’odio per farsi capaci di una
cristiana accettazione.
È un sacrificale medio, che ha sempre la sua radice nel
volere Paterno.
A quel volere si risponde con devoto silenzioso amore
sacrificale. Un monito: la necessità può far male solo al
corpo; ma al piacerale al corpo e allo spirito.

248

Decimo dono: la preghiera da egoisticale a sacrificale.
3) Il sacrificale dal corpo mio. Non la chiamo più morte,
ma sacrificale fisico. È troppo carico di odio il termine
morte. Non è di libera scelta. Solo Gesù l’ha fatto. La
sentiamo contraria:
1) all’amore egoisticale.
2) È dura necessità punitiva.
Lo Pneuma la redime col visuato Paterno: una necessità
donativa. Punitiva: la morte fideata; donativa: la morte
visuata.

Pneumatica magia quella del visuato Paterno che tocca il
vecchio fideato e tutto lo rinnova. Tocca la preghiera del
dire egoisticale, ed ecco uscir fuori la preghiera del fare
sacrificale. Il sacrificale lo prego vivendolo: quello che mi
do, quello che mescolo al beneficale, quello che accetto
liberamente dai miei fratelli sacrificatori, quello che
accolgo dal creato suo e dal concreato nostro. Darmi e
accettare tutta la distesa immensa del sacrificale con devoto
silenzioso amore è la preghiera più pura e genuina; è la
preghiera più penetrante e più trasformante.
Non abbiamo ancora terminato la presentazione del sacrificale:
ci rimane il sacrificale più personale e nel medesimo
tempo più metamorfosale e trasformante: il sacrificale
che mi viene dal corpo mio.
1) Lo chiamo sacrificale, ma lo si è sempre chiamato
diversamente: lo si è chiamato la morte: con un riferimento
unico e esclusivo: la morte del corpo, e poiché il
corpo si chiama anche fisico ecco il nome di morte fisica.
Comunque non occorre specificare perché con quel33
la noi ci riferiamo solo alla morte fisica, senza neppure
metterla in relazione alla morte Pneumatica o dell’amore.
La parola morte sto abbandonandola e per un motivo
molto forte. L’umanità di tutti i secoli ha sempre
scaricato sulla parola morte tutto l’odio di cui era capace.
Morte: sputacchiera di tutto l’odio umano. Noi ultimi
arrivati non è che odiamo la morte meno dei passati.
Nessuno ha mai odiato la morte come noi, perché
nessuno si è amato vivente più di noi. Quindi la parola
morte trasuda di odio umano. Pertanto lascio la morte e
assumo la parola: sacrificale fisico.
2) È un sacrificale che non è lasciato alla libera scelta
umana. Nessun uomo egoisticale farebbe una simile
scelta. Riconosciamo almeno che l’uomo più vero, e
noi tutti siamo più o meno falsi, Gesù di Nazareth, ha
scelto liberamente non la morte naturale, ma quella
morte vista e prevista in tutto il suo tragico svolgimento:
‘Io pongo la mia vita quando voglio e me la riprendo’.
È necessità assoluta: nella nostra condizione sentiamo
la morte come una dura e pesante necessità.
Necessità è contrario di libertà. Davanti alla morte ci
sentiamo obbligati, costretti a subirla contro voglia, una
pillola amarissima che dobbiamo trangugiare. Dura
necessità perché la sentiamo doppiamente contraria.
a) Contraria all’amore egoisticale che mi vuole vivente
e non morente.
b) Contraria a tutta la realtà umana che si sente pesantemente
castigata da Dio: necessità punitiva. Il castigo
di noi ce l’ha imposta come dura necessità.
Questa è la presentazione fatta dalla Bibbia dell’Antico
Testamento. La morte affidata alla fede religiosa ebraica è
passata tale e quale alla fede cristiana. La chiamo la morte
fideata di fronte alla quale verrà a farsi una sempre visuata
che assume un volto nuovo: non più necessità punitiva,
ma necessità donativa.
Non un castigo, ma uno squisitissimo e personalissimo
dono divino Paterno. Lo Pneuma mediante il visuato
Paterno ha già operato la più colossale trasformazione di
una morte punitiva in sacrificale donativo. Una metamorfosi
che neppure Cristo ha operato.
Noi infatti continuiamo a dire che Gesù ha redento la
nostra morte, ha vinto la morte. La morte del cristiano non
è redenta perché continua a raggiungerla e a odiarla con
tutte le sue forze. Il visuato Paterno la redime e ne cambia
il nome: non più pesante castigo, ma un dono grande dell’amore
sacrificale.

249

Decimo dono: la preghiera da egoisticale a sacrificale.
La morte del fideato l’abbiamo percepita come necessità
punitiva. Due che concorrono a un castigo: comando di
Dio e ribellione della coppia.
Prima il dono preternaturale a bloccare la morte, poi
scorre per umana solidarietà e la si accoglie come espiazione
del peccato. Pure Gesù espia e soddisfa: comando,
minaccia, castigo, espiazione.

Pneumatica magia quella del visuato Paterno che tocca il
vecchio fideato e tutto lo rinnova. Tocca la preghiera del
dire egoisticale ed ecco uscir fuori la preghiera del fare
sacrificale. Lo prego vivendolo: quello che mi do al piacerale,
quello che mescolo al beneficale, quello che accetto
liberamente dai miei fratelli sacrificatori, quello che
accolgo dal creato suo e dal concreato nostro, quello che
mi viene dato dal corpo mio.
Non più morte, ma sacrificale fisico.
1) Della morte si è detto che è di necessità, ma dura,
pesante e schiacciante perché l’amore egoisticale me la
fa sentire nemico, che non ha pietà alcuna; spietato, un
nemico inconciliabile con me.
2) La fede cristiana derivata da quella ebraica me l’ha presentata
come un gravissimo castigo che grava su tutta
l’umanità: la morte è di necessità punitiva. È questa la
morte affidata alla fede religiosa e quindi la morte
fideata. Ci accostiamo ad essa. Un castigo suppone due
concorrenti:
a) Da parte di Dio un comando proibitivo e una minaccia
punitiva: la Bibbia non omette né l’uno né l’altra:
‘Non mangiate dei frutti dell’albero che sta al
centro del giardino dell’Eden; se ne mangerete,
morirete’.
b) Da parte della coppia umana una aperta e ribelle trasgressione.
(Prima delle ribellione che cosa bloccava la morte?)
La riflessione teologica ha pensato a un dono divino posto,
messo lì per impedire la morte della sua creatura.
(Il visuato qui non rinnova, ma arreca una novità che fa
scomparire una intera mentalità) Non un dono naturale (di
natura mortale) perché la materia vivente muore anche in
un animale; ma un dono preternaturale che avrebbe garantito
all’uomo l’immortalità fisica, dal momento che Dio lo
è della vita e non della morte. La disobbedienza della coppia
polverizza quel dono e la morte prima bloccata prende
a dilagare in tutta l’umanità.
1) Per mettere a tacere la protesta della discendenza
umana che si sente estranea a quella disobbedienza
consumata coscientemente dalla coppia umana, si è
introdotto il principio della solidarietà umana. Poiché
l’umanità è unita alla prima coppia umana per una serie
di generazioni ininterrotte non può che sentirsi solidale
nelle conseguenze di quel primo peccato. Ma di fatto la
solidarietà non viene accolta da nessuno perché contro
la morte si scagliano tutte le persone.
2) Per invogliare il credente a un minimo di accoglienza
della morte (rassegnazione) si è affermato il suo valore
espiatorio. La morte accettata espia il peccato.
Funzione espiatrice. Lo si ricorda al morente: ‘Quando
avrai pagato con la morte il debito del peccato’. La
medesima funzione l’abbiamo assegnata anche alla
morte di Gesù, il quale avrebbe portato sul legno della
croce i peccati dell’umanità intera per espiarli con la
sua morte e dare piena, anzi sovrabbondante soddisfazione
al Padre per l’offesa da Lui patita. Con la morte
di Gesù innocente abbiamo ricavato un motivo valido
per non fare recriminazioni contro Dio quando siamo
davanti alla morte di tanti piccoli e innocenti.
Veramente un Dio così è un essere senza pietà, un essere
spietato che esige sia riparata la giustizia fino in fondo e
da parte di tutti: buoni e cattivi, colpevoli e innocenti. La
morte che è stata affidata alla fede: morte fideata, si presenta
così. Ha una funzione esclusivamente espiatoria.
Non le abbiamo riconosciuto le qualità di un dono. Gli
manca assolutamente una funzione metamorfosale che
incontreremo nella morte visuata che lo Pneuma ha già
approntata per farci passare dalla morte: necessità punitiva,
a necessità donativa.

250

Decimo dono: la preghiera da egoisticale a sacrificale.
La morte fideata è castigo. E la morte visuata? È un dono
che proviene dal talamo eternale ove è radicato e me lo
passa il talamo metamorfosale da cui viene ogni essere finito.
Il sacrificale fisico è la mia assomiglianza col Padre.

Pneumatica magia quella del visuato Paterno che tocca il
vecchio fideato e tutto lo rinnova. Tocca la preghiera del dire
egoisticale ed ecco uscir fuori la preghiera del fare sacrificale.
Lo prego vivendolo: in quello che mi do al piacerale, in
quello che mescolo col beneficale, in quello che accetto liberamente
dai miei fratelli sacrificatori, in quello che accolgo
dal creato suo, dal concreato nostro, in quello che vivo nel
corpo mio. È il mio sacrificale fisico. L’amore egoisticale me
lo fa sentire nemico senza pietà. La formazione religiosa ce
lo ha fatto credere come una necessità punitiva: così maturata:
un comando proibitivo con una minaccia punitiva, una
ribellione compiacente che spazza via il dono preternaturale
dell’immortalità. Il principio della solidarietà umana che la
fa scorrere (la morte) in tutta la discendenza. Il valore espiatorio
per una accettazione almeno rassegnata. La morte
necessità punitiva non dà il minimo spazio alla possibilità di
un dono. Di fronte a questa proposta fideata, lo Pneuma ci ha
già posto la lettura visuata. Nella Trinità nessuno mai è entrato
e in nessun modo. Il visuato Paterno che gradualmente mi
si è disteso nella mia intelligenza alla luce Pneumatica specchiante
mi ha sospinto a una progressiva risalita fino a una
profonda osservazione della Trinità. Quaggiù lo spirito di
amore del Padre espropriato mi si è ceduto: dal suo Agente
mi si è fatto concepire, da vivere mi si è dato al sacrificale.
Lassù il Padre è eternale espropriazione per una totale cessione,
in personificazione di Figlio per una eterna comunione
trinitaria: è l’eterna generazione del Figlio. L’espropriazione
cessione generativa è l’eterna sacrificazione, è personale piccolazione
Paterna. Ma nella Trinità la sua sacrificazione non
tocca la morizione perché la sua sacrificazione rifluisce nel
Padre tramite il Figlio. Nel Figlio non avviene alcuna egoisticazione
dell’amore. Per questo la piccolazione Paterna è
decisamente tendenziale: tende alla sacrificazione moritiva:
che gli dia la morte dell’amore. In quella sua tendenzialità è
radicata la sua metamorfosalità. Pur restando, lascia l’atto
puro e si concentra fino all’estremo in potenzialità che condensano
lo sviluppo di una estesissima storia umana.
L’amore Paterno si riduce, si riduce fino a darsi la forma di
un sommo concentrato di potenzialità vivibili al sacrificale.
Il concentrato si articola così: espropriabile, cedibile, concepibile,
vivibile al sacrificale sempre temporaneo, talora eternale
come in Satana. Nella metamorfosi Paterna esplode la
sua creatività in funzione sacrificale. Se ci avesse fatto essere
la Trinità sacrificale ma immortale anche noi risulteremmo
immortali. Ma che ci fa essere è il Padre sacrificale al
mortale. Io non potevo, essere finito, uscire da una Trinità
infinita; non avrei fatto mai comunione con essa. Sono uscito
da una Trinità finitizzata che dà vita al creato finito. Se io
fossi per assurdo immortale, non saprei da dove sono venuto.
Ma poiché vivo una vita fisica sacrificale ho la certezza
visiva Pneumatica che sono venuto da un Padre metamorfosato.
Per il mio sacrificale fisico lo sento Padre ed io mi sento
figlio. Il mio sacrificale fisico mi fa essere spaccato figlio di
quel Padre. È un dono assomigliare ai genitori o è un castigo?
Allora datevi la risposta: la morte fisica è un dono o un
castigo? È un dono. Lasciatemi amare il mio sacrificale.

251

Decimo dono: la preghiera da egosticale a sacrificale. La
forma piccolare iniziale è la radice di ogni sacrificale: creato,
vegetale, animale e uomo. È l’immagine Paterna stampata in
ogni uomo insieme allo spirito. Elemento coessenziale alla
vita. Ma attorno a quella forma c’è uno svariato egoisticare.

Pneumatica magia quella del visuato Paterno che tocca il
vecchio fideato e tutto lo rinnova. Tocca la preghiera del dire
egoisticale ed ecco uscir fuori la preghiera del fare sacrificale.
La prego vivendola: in quello che mi do al mio piacerale,
in quello che mescolo col beneficale, in quello che accetto
liberamente dai miei fratelli sacrificatori, in quello che
accolgo dal creato suo, dal concreato nostro, in quello che
vivo nel corpo mio. Mo si è fatto chiamare non più morte,
ma il mio sacrificale fisico. Infatti la morte mi parla di necessità
punitiva: me lo fa sentire la mia egoisticità, e ce lo ha
insegnato il fideato della morte. Mentre il mio sacrificale
fisico è di necessità donativa. (La genesi del dono)
1) Mi viene da lontano: da quel sacrificale Paterno che è
espropriazione, cessione: la sua sacrificazione, che è
piccolazione, ma non può diventare morizione perché
l’amore nel talamo eternale non subisce egoisticazione
Figliale. Per questo è tendenziale al metamorfosale.
2) Mi arriva da vicino: dal talamo metamorfosale Paterno.
In quel talamo l’amore Paterno è tendenziale a un sacrificale
che gli dia la morte, va in riduzione estrema fino
ad assumere una forma nuovissima: la forma piccolare
propria di un concentrato sommo di potenzialità vivibili
al sacrificale mortale. Quella forma è lo stampo iniziale
di tutta la creazione. Da quello stampo verranno
stampate tutte le creature.
1) Ecco la forma piccolare del cielo e della terra: un concentrato
sommo di potenzialità cosmiche evolventesi al
sacrificale mortale.
2) Così è la forma piccolare del vegetale, dell’animale
evolventesi al sacrificale mortale.
3) Così è la forma fisica iniziale dell’uomo: un concentrato
sommo di potenzialità vitali evolventesi al sacrificale
mortale.
La forma piccolare del concentrato dice che è piccolezza
estrema: più piccolo di così non può essere. La forma piccolare
iniziale parla della sacrificalità fisica. Essa può compiersi
nella formazione dell’essere umano, nella sua nascita e
nella sua crescita. Può indurre quella materna. Non è bene che
la madre colga esclusivamente la vita, e non ne voglia sapere
minimamente del suo sacrificale. La forma piccolare iniziale
è l’immagine Paterna stampata in ogni essere umano. La
Bibbia coglie un solo aspetto dell’uomo imago di Dio:
‘Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza’. Ha presente
solamente la componente spirituale di quella imago.
Non poteva cogliere la componente sacrificale di quella
imago. Mi sento imago Patris alla pari per il mio sacrificale di
vita, radicato nella forma piccolare. Questa mia somiglianza
sacrificale col Padre è un elemento essenziale della mia vita.
Nessuno me lo ha detto: né Chiesa né famiglia lo sapeva.
Solo il visuato Paterno me lo poteva mostrare. Ed ora non lo
posso tacere, pur sapendo che non è gradito alla egoisticità
famigliare. Hai concepito? Non te lo nascondere: hai concepito
al sacrificale: va detto alla madre, alla coppia, alla famiglia.
Abbiamo concepito al sacrificale. Ma il male più grave che si
può intessere attorno a una concezione è l’egoisticare.
1) È rimandare nel tempo il sacrificale generativo.
2) È ridurre al minimo il sacrificale numerico.
3) È distendere su di lui tutta la voglia di comunione piacerale.
4) È lo sforzo gigantesco per scongiurare l’incontro col
sacrificale.
Alla madre Maria glielo dicono: i pastori, i magi: è qui per
un piccolare di eccezione. A voi madri: la forma piccolare
dice che viene al suo sacrificare.

252

Decimo dono: la preghiera da egoisticale a sacrificale.
La forma piccolare mi mette in espropriazione totale, meno:
la sua meità. Con la nascita la mia crescita con la mia
appropriazione funzionale, buona, se Satana non me l’avesse
fatta egoisticale. Mi amo vivente: grande, potente, gaudente.
Vita sbagliata: me lo dice il sacrificale fisico finale.

Pneumatica magia quella del visuato Paterno che tocca il vecchio
fideato e tutto lo rinnova. Tocca la preghiera del dire
egoisticale ed ecco uscir fuori la preghiera del fare sacrificale.
Lo prego vivendolo: in quello che mi do alla distesa piacerale,
in quello che mescolo col mio beneficale, in quello che
accetto liberamente dai miei fratelli sacrificatori, in quello che
accolgo dal creato suo e concreato nostro, in quello che vivo
nel corpo mio: il mio sacrificale fisico è di necessità donativa,
non punitiva. Il dono Paterno mi arriva dal talamo Paterno
metamorfosale, in cui si riduce fino ad assumere una forma
nuova: un concentrato sommo di potenzialità di amore
vivibili al sacrificale mortale. Con quella sua forma stampa
ogni creatura: cielo, terra, vegetale, animale e uomo.
1) La mia forma piccolare è la radice della mia sacrificalità
fisica.
2) E insieme allo spirito mio l’immagine Paterna che porta
ogni uomo.
3) Il sacrificale è elemento coessenziale alla vita che noi
non vogliamo neppure pensare.
La forma piccolare iniziale mi fa essere un uomo che di sé
non ha alcuna proprietà. Io incominciando sono proprietà
prima della madre, in seguito alla nascita dei miei genitori.
Il Padre stesso rispetta la proprietà della madre; per questo
non impedisce che una madre si liberi della sua creatura,
facendola sloggiare dal suo grembo con un’azione che si
chiama aborto. Parto con una sola proprietà di cui non potevo
avere coscienza: lo spirito di amore del Padre espropriato
mi si è ceduto diventando mio. Porto con me la sua meità:
il suo essere mio. A formazione completa ecco la mia nascita.
Da quel momento parte la mia crescita prima fisica e poi
spirituale. Crescere vuol dire un lungo cammino nel quale
mi vado appropriando di me stesso: una graduale appropriazione
personale. Per una migliore comprensione del bambino
di oggi ricordiamo che nei tempi passati la appropriazione
veniva fortemente ritardata, mentre quella del bambino di
oggi viene fortemente accelerata. Fa il maggiorenne prima
dei 18 anni. Nulla di male nella mia appropriazione che ha
un carattere funzionale. A meno di un anno l’infante cammina
da solo ed è bene, tutto è normale. Solamente che Satana
al mio incominciare mi ha bloccato l’amore Paterno alla sua
meità per impedirmi che vivendolo al sacrificale io avessi a
diventare suo: la mia suità. In modo che la mia appropriazione
funzionale fosse interamente regolata e guidata dall’amore
per me e ne risultasse una appropriazione egoisticale: per
prima cosa mi approprio della mia vita. Mi amo vivente e mi
odio morente. Voglio la vita, odio la morte. Strappato il
sacrificale all’amore, inserito l’egoisticale, scompare il dono
del sacrificale fisico e io devo odiare la morte. Mi amo
vivente non a qualche modo, ma nel modo migliore.
1) Mi amo vivente grande, non piccolo: di qui il mio sforzo
per dare crescita alla mia grandezza: appropriazione
egoisticale.
2) Mi amo potente e non impotente: di qui la mia tensione
ad accumulare più potere possibile: altra appropriazione
egoisticale.
3) Mi amo gaudente, non gemente: di qui la mia affannosa
ricerca piacerale, altra appropriazione egoisticale.
Anche la persona che non ascolta la parola di Gesù
dovrebbe domandarsi: la mia vita amata e vissuta così è
giusta o sbagliata? La risposta non l’ho da cercare lontano
ma vicino; me la passa il sacrificale fisico che ho
con me nella forma iniziale e che un giorno assumerà la
forma finale. È tutta sbagliata la tua vita appropriativa,
perché io sacrificale sono totale espropriazione.

253

Decimo dono: la preghiera da egoisticale a sacrificale.
La forma piccolare iniziale avrebbe una funzione orientatrice,
ma sfugge alla coscienza. Non è così la finale immessa
nel pensiero dall’età sacrificale: funzione ammonitrice. Ma
al suo compiersi ha una sua pregiata funzione risanatrice.

Pneumatica magia quella del visuato Paterno che tocca il
vecchio fideato e tutto lo rinnova. Tocca la preghiera del
dire egoisticale ed ecco uscir fuori la preghiera del fare
sacrificale. Lo prego vivendolo: quello che mi do al mio
piacerale, quello che accetto dai miei sacrificatori, quello
che mi dà il corpo mio: è il mio sacrificale fisico: radicato
nella mia forma piccolare, immagine Paterna, insieme
al mio spirito creato, coessenziale alla vita terrena. La mia
forma piccolare iniziale non mi dà alcuna proprietà se non
quella dell’amore Paterno che espropriato mi si cede: la
sua meità. Dalla nascita in avanti la mia buona appropriazione
graduale e personale e funzionale, che Satana ha
perfettamente trasformato in appropriazione egoisticale.
Così senza accorgermi mi approprio della vita, e non di
una vita qualunque. Io mi amo vivente grande, non piccolo;
potente, non impotente; gaudente, non gemente.
Amandomi vivente così io perderei la vita dal momento
che la faccio su con la morte dell’amore. È urgente che ci
lasciamo illuminare dalla duplice forma piccolare: l’iniziale
(della nascita) e la finale (della morte).
1) Che funzione ha nella mia vita la forma piccolare iniziale?
Per iniziare un canto occorre l’intonazione di
esso. Succede che la buona suora intona male. Ne viene
un contrasto tra suono e canto, che fortemente ci indispone.
La forma piccolare dà l’intonazione chiara, sicura
e precisa alla mia vita. Sono orientato a piccolare
nella mia vita. Gesù stesso ci ha ripetutamente richiamato
a questa funzione orientatrice: ‘Se non diventerete
come i bambini non entrerete nel Regno dei Cieli’.
Se in passato quell’orientamento fu assai scarso, al presente
è nullo per quella voglia incontenibile di bruciare
le tappe per trovarsi velocemente grandi e potenti.
2) La forma piccole finale operata dal mio sacrificale fisico
ha un forte vantaggio sulla iniziale. Questa è incosciente,
mentre la finale è cosciente, e siamo continuamente
sollecitati a pensarla prima ancora che si faccia.
Vi è poi un’età che chiamiamo sacrificale: la vecchiaia:
essa immette in casa nostra un pensare continuo al
nostro sacrificale. Alla morte ci pensa di più il vecchio
che non il giovane. La sua presenza nel pensiero umano
ha una sua funzione ammonitrice. Una funzione che
Gesù stesso si è premurato di ricordarci: ripensate la
parabola dell’impresario agricolo che è alle prese con
un sovrabbondante raccolto: magazzini nuovi e poi
finalmente una vita di godimento sicuro fa ogni sfavorevole
evento. Ma ahimè, quella notte è la sua fine, è la
forma più piccolare della sua realtà umana che disperderà
al vento tutti i suoi averi. Non mi sembra che funzioni
bene l’ammonimento saggio che ci viene dal
nostro sacrificale.
3) Ma la sua funzione specifica è ben altra: il sacrificale
fisico ha una sua funzione risanatrice. La persona è
ammalata nell’amore. Quando lo ricordo ai miei fratelli
nei vari ambienti paesani mi vedo raggiunto da sorrisi
di sarcasmo. La mia malattia si è andata aggravando
per un automatismo piacevolissimo. Il male che mi son
fatto all’amore mi è sempre dinnanzi: sono attento e
pronto a rinnegarmi il nuovo piacerale, mi faccio pronto
a lasciarmi sacrificare, ma il meccanismo automatico
non smette di vomitarmi amore di odio. Lo Pneuma
mi ha fatto adocchiare il sacrificale finale e mi ha fatto
scorgere in esso la sua somma capacità risanatrice.
Punto le mie carte sul mio sacrificale fisico: sarà la mia
assoluzione.